Venafro, alla scoperta della “porta del Molise”

“Venafro ha la riposata gaiezza delle città campane; ai suoi orci affluisce ancora, come duemila anni fa, l’olio giallo e denso come miele che piaceva a Cicerone.” (Francesco Jovine)

Per chi viene dalla capitale la prima città che si trova è Venafro, vera “porta del Molise”. Oggi come due millenni fa quando ad arrivare in regione erano personaggi legati all’Impero e alla Repubblica, oltre a letterati e filosofi proprio come visto nella frase d’apertura.

Continuate la lettura e visitate i social per restare sempre aggiornati:

Cenni storici

Il nome Venafro deriva probabilmente da “Omner Aper” a ricordare i cinghiali presenti nei boschi nei tempi passati; sorge ai piedi del monte Santa Croce, limitato dai due massicci del Matese e delle Mainarde ed è attraversato dal fiume Volturno. Le prime notizie storiche risalgono all’epoca della guerre puniche quando il paese fu conquistato da Annibale; appartenne al ducato di Benevento in epoca longobarda e nel periodo normanno e svevo fece parte della Contea di Molise. Durante la dominazione angioina fu feudo della famiglia della Torre. Suoi signori furono i Pandone, i Challons, i Colonna, gli Spinola e i Caracciolo che ne mantennero il possesso fino all’inizio del XIX secolo.

Nel passato è stato centro di collegamento tra il Sud, la costa adriatica, la costa tirrenica e Roma ed ancora oggi è nodo di passaggio fondamentale per l’entroterra molisana.

Cosa vedere

La zona è dominata da Castello Pandone, edificato probabilmente nel X secolo, ai tempi dei Longobardi, e poi ristrutturato dai Durazzo e dai Pandone che ne fecero una residenza signorile. Era una rocca fortificata all’inizio, a cui furono aggiunti tre torrioni circolari e, più tardi, un loggiato che domina la valle. Enrico Pandone fece decorare due camere con affreschi raffiguranti i suoi cavalli preferiti; in un salone, invece, vi è un soffitto a cassettoni. Intorno all’edificio è presente un giardino all’italiana.

Visitando il territorio si possono ricordare le vicende storiche di Venafro. Nella zona “Madonna della Libera” tratti di mura, una villa, un teatro e l’anfiteatro Verlasce parlano dei Romani, la chiesa di San Nicandro del X secolo, collegata un tempo all’Abbazia di San Vincenzo, è un reperto artistico sito nel centro storico e presenta una notevole opera di Teodoro d’Errico raffigurante la Madonna, un portale e un rosone di notevole valore.

Nella cattedrale romanica dell’Assunta, sorta su un tempio pagano e poi nel corso dei secoli trasformata specialmente nell’interno, è conservata una tela della Vergine del 1590. L’arte fiamminga si può ammirare nella chiesa dell’Annunziata nei dipinti di Giacinto Diano e del Griffoni; belle sono anche le formelle di alabastro del 1400, raffiguranti la passione di Cristo e un busto in argento di San Nicandro del XVII secolo.

Una testa d’argento del santo si trova nella chiesa del Corpo di Cristo, opera di Barbato da Sulmona; un reliquario cesellato in argento, pregevoli altari e un dipinto di Nicola Maria Rossi sono nella chiesa di Sant’Agostino. Nel centro storico si trova Palazzo Caracciolo, sede degli ultimi feudatari. Nei pressi della villa comunale interessanti le sorgenti del San Bartolomeo con la fontana dalle quattro cannelle. Sulla montagna da vedere anche una torre di avvistamento di epoca romana, la cosiddetta “torricella”.

Importanti sono anche il cimitero francese all’ingresso del paese venendo da Isernia e la palazzina liberty.

Tradizioni e gastronomia

Numerosi sono gli eventi che si svolgono in città e ai quali gli abitanti tengono particolarmente. I principali sono:

I “favor r’ San Giuseppe” (falò di san Giuseppe) sono i caratteristici fuochi notturni che, nella notte del 19 marzo, oltre a testimoniare la devozione al Santo, annunciano la primavera; la “corsa ri ciucc’” (corsa degli asini) si svolge a S. Nicandro, dentro al catino del Verlascio, l’antico anfiteatro romano. Una sorta di piccolo palio, seppure vissuto in tono scherzoso; i “carr r’ Carnval” (Carri di Carnevale) sfilano per le strade della città per festeggiare insieme l’ultimo di carnevale (il martedì che precede le Ceneri) fra canti, balli e allegorie; la “rotta r’ l’ p’gnat” (rotta delle pignatte) e “gl’albr r’ la cuccagna” (l’albero della cuccagna) sono giochi popolari che si svolgono intorno al castello Pandone in occasione della festa dedicata alla Madonna delle Grazie, il 2 e 3 luglio.

Riguardo la gastronomia, il paese è noto per l’olio di pregevole genuinità. E’ da segnalare, in tal senso, la presenza nel territorio del Parco Regionale dell’Olivo di Venafro. Tale Parco è la prima area protetta dedicata all’olivo, unica nel suo genere, nel Mediterraneo. La sua istituzione intende promuovere e conservare l’olivicoltura tradizionale che a Venafro ebbe fasti e splendori, tanto che i Romani ritenevano l’olio prodotto in loco il più pregiato del mondo antico.

Il prodotto tipico e più celebrato è “i v’scuott” (il tarallo). Ottenuto impastando farina, olio extravergine d’oliva, sale e finocchietti, “i v’scuott” si arrotola a treccia, si lessa e successivamente si inforna. Da qui “bis cotto”. Un’altra prelibatezza sono “l’nocch” (le chiacchiere napoletane) che è usanza mangiare a Pasqua e Carnevale. Altro piatto del periodo è la pastiera di riso.

Ancora, ci sono i “C’ciariegl’” (piccoli ceci), dolci tipici del capodanno e del periodo sono anche i “Sciusc’” (da soffio, ad indicare la loro morbidezza) cerchietti che si impastano con infuso di rosmarino, buccia d’arancia e di mele, fico secco, cannella, chiodi di garofano e vino bianco, il tutto fritto nell’olio; non manca poi il baccalà, “alla m’ntanara” (deriva da “m’ntan”, frantoio), o “ch’ì puorr” (coi porri).

Altri piatti sono il “cuanscion” (qua nessuno), realizzati con pasta frolla ripiena di bietole, olive ed acciughe, pasto tipico del Venerdì Santo; le “p’zzell” sono frittelle ripiene di cavolfiori, di baccalà o di alici; i “Turciniegl’” (attorcigliati) sono prodotti con pasta di pane arricchita da strutto e “cicur’” (ciccioli) di maiale; la “frttata r’ Pasqua” (frittata di Pasqua) che si prepara con tantissime uova, da 33 (gli anni di Cristo) in su, fino a 100 e la “pulenta ch’ì caurigl” (polenta verde) si ottiene invece mischiandola ai cavoletti “poverelli”.

Condividi su: