Diavolo di Tufara: caratteristico rito del martedì grasso

Nell’immaginario comune la parola Carnevale (parola che deriva dal latino “carnem levare”, eliminare la carne, e che indicava il banchetto che si teneva l’ultimo giorno di Carnevale, Martedì Grasso) la si associa ai grandi eventi di Venezia, Viareggio oppure Cento; In pochi, però, sanno che le origini del Carnevale in Italia affondano le loro radici in tempi ancestrali di riti pagani, addirittura ricondotti al diavolo.

Questo aspetto rituale, pagano, primitivo, magico e quasi sciamanico del Carnevale lo si può ritrovare e rivivere in molti paesi molisani; tra tutti, uno dei riti più suggestivi è quello che si svolge a Tufara.

E’ il Diavolo di Tufara, un essere che corre per le vie del paese incutendo timore, urlando e dimenandosi.

Il Diavolo

Il “Diavolo” indica una arcaica maschera carnevalesca che, come vuole la tradizione, spunta all’improvviso l’ultimo giorno di Carnevale tra i vicoli del paese, palesandosi tra corse, salti, danze e acrobazie sfrenate che suscitano un timore reverenziale per una figura misteriosa e aliena.

Il diavolo indossa sette pelli di capro che, secondo i riti pagani, era l’animale in cui era solita manifestarsi la divinità; impugna un tridente, ha un volto diabolico sul quale il colore prevalente è il rosso fuoco, occhi sgranati, denti digrignati e orecchie a punta: insomma un essere mostruoso.

La vere origini e il significato di questa figura si perdono nella notte dei tempi e nessuno le conosce veramente. Forse rappresenta proprio il padrone degli inferi richiamato sulla terra da riti pagani.

Taluni attribuiscono a questa maschera  il significato  della danza propiziatoria in cui i nostri antenati si esibivano quando intuivano la fine dell’inverno e i primi segni del risveglio della natura; altri, invece, il significato di una danza liberatoria per scrollarsi di dosso e dimenticare per un momento le fatiche della vita, altri ancora il significato della rappresentazione della passione e la morte di Dioniso, dio della vegetazione, le cui feste venivano celebrate in quasi tutte le realtà agresti.

Morte, folletti e altri personaggi

Il diavolo, però, non è solo nelle sue esibizioni contorte.

E’ infatti preceduto dalla “morte“, impersonata da figure vestite di bianco con il volto cosparso di farina e che rappresentano la purificazione del seme che muore per dar vita alla pianta e al raccolto.

Non a caso, questa figura è armata di falce che viene fatta volteggiare evocando proprio il gesto dei contadini che mietono il raccolto con il canto che cadenzava il lavoro sostituito da urla, grida e salti delle maschere.

I folletti trattengono il diavolo per le catene e lo trascinano per le vie del paese cercando di tenere a bada la sua foga ma egli cerca di divincolarsi, saltando, buttandosi e rotolando per terra. Ci sarebbe da spiegare le figure che rappresentano la giuria, le figure che rappresentano la madre e il padre del carnevale, “u pisciatur” ma preferisco non dilungarmi troppo in pesanti e sterili descrizioni testuali e lasciarvi alle foto.

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