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Venafro - Foto Danilo Gargaro

Venafro, quarta tappa di ScopriAMO il MOLISE

Venafro, quarta tappa di ScopriAMO il MOLISE

Il nome Venafro deriva probabilmente da “Omner Aper” a ricordare i cinghiali presenti nei boschi nei tempi passati; sorge ai piedi del monte Santa Croce, limitato dai due massicci del Matese e delle Mainarde ed è attraversato dal fiume Volturno. Le prime notizie storiche risalgono all’epoca della guerre puniche quando il paese fu conquistato da Annibale; appartenne al ducato di Benevento in epoca longobarda e nel periodo normanno e svevo fece parte della Contea di Molise. Durante la dominazione angioina fu feudo della famiglia della Torre. Suoi signori furono i Pandone, i Challons, i Colonna, gli Spinola e i Caracciolo che ne mantennero il possesso fino all’inizio del XIX secolo.

Nel passato è stato centro di collegamento tra il Sud, la costa adriatica, la costa tirrenica e Roma ed ancora oggi è nodo di passaggio fondamentale per l’entroterra molisana. La zona è dominata da Castello Pandone, edificato probabilmente nel X secolo, ai tempi dei Longobardi, e poi ristrutturato dai Durazzo e dai Pandone che ne fecero una residenza signorile. Era una rocca fortificata all’inizio, a cui furono aggiunti tre torrioni circolari e, più tardi, un loggiato che domina la valle. Enrico Pandone fece decorare due camere con affreschi raffiguranti i suoi cavalli preferiti; in un salone, invece, vi è un soffitto a cassettoni. Intorno all’edificio è presente un giardino all’italiana.

Il territorio

Visitando il territorio si possono ricordare le vicende storiche di Venafro. Nella zona “Madonna della Libera” tratti di mura, una villa, un teatro e l’anfiteatro Verlasce parlano dei Romani, la chiesa di San Nicandro del X secolo, collegata un tempo all’Abbazia di San Vincenzo, è un reperto artistico sito nel centro storico e presenta una notevole opera di Teodoro d’Errico raffigurante la Madonna, un portale e un rosone di notevole valore.

Nella cattedrale romanica dell’Assunta, sorta su un tempio pagano e poi nel corso dei secoli trasformata specialmente nell’interno, è conservata una tela della Vergine del 1590. L’arte fiamminga si può ammirare nella chiesa dell’Annunziata nei dipinti di Giacinto Diano e del Griffoni; belle sono anche le formelle di alabastro del 1400, raffiguranti la passione di Cristo e un busto in argento di San Nicandro del XVII secolo.

Una testa d’argento del santo si trova nella chiesa del Corpo di Cristo, opera di Barbato da Sulmona; un reliquario cesellato in argento, pregevoli altari e un dipinto di Nicola Maria Rossi sono nella chiesa di Sant’Agostino. Nel centro storico si trova Palazzo Caracciolo, sede degli ultimi feudatari. Nei pressi della villa comunale interessanti le sorgenti del San Bartolomeo con la fontana dalle quattro cannelle. Sulla montagna da vedere anche una torre di avvistamento di epoca romana, la cosiddetta “torricella”.

L’olio di venafro

Il paese è noto per l’olio di pregevole genuinità. E’ da segnalare, in tal senso, la presenza nel territorio del Parco Regionale dell’Olivo di Venafro. Tale Parco è la prima area protetta dedicata all’olivo, unica nel suo genere, nel Mediterraneo. La sua istituzione intende promuovere e conservare l’olivicoltura tradizionale che a Venafro ebbe fasti e splendori, tanto che i Romani ritenevano l’olio prodotto in loco il più pregiato del mondo antico. Nessun luogo al mondo coltivato ad olivo, infatti, può vantare simili tradizioni e citazioni letterarie. Il Parco è anche occasione di riscatto per un territorio penalizzato negli ultimi decenni dall’incuria e dall’abbandono, a dispetto delle sue qualità paesaggistiche, naturalistiche e storiche.

Eventi religiosi

  • Primo maggio si celebra la Festa della Croce, con messa all’aperto sulla cima di monte Santa Croce;
  • 17 maggio, giorno di San Pasquale, le statue dei Santi Martiri vengono trasferite in processione dalla Chiesa dell’Annunziata alla Basilica di San Nicandro;
  • Domenica di Pentecoste si festeggia la Madonna delle Rose, presso l’omonima chiesetta sita in Via Pedemontana, dove per tutto il mese di maggio vengono celebrate sante messe;
  • 13 giugno, nel centro storico, si svolge la processione di S. Antonio;
  • 16, 17 e 18 giugno si festeggiano i Patroni della città: i Santi Martiri Nicandro, Marciano e Daria;
  • 2 luglio, presso la chiesetta sita in zona Colle, si festeggia la Madonna delle Grazie, preceduta da un novenario.;
  • 15 e 16 luglio si celebra la Madonna del Carmelo. Preceduta da un novenario, la festa si svolge nei pressi del Duomo, nella chiesa del Carmine della parrocchia di San Giovanni in Platea, dove termina la processione del 16 luglio;
  • 2 agosto a Vallecupa (fraz. di Venafro) si festeggia la Madonna degli Angeli;
  • 23 settembre, Beato Padre Pio viene festeggiato presso il Convento dei Frati Cappuccini, in Viale San Nicandro;
  • La prima domenica di ottobre, a Ceppagna (fraz. di Venafro), si festeggia la Madonna del Rosario;
  • 11 novembre si svolge la festa di San Martino presso l’omonima parrocchia.
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Danilo Gargaro

Tradizioni

I “favor r’ San Giuseppe” (falò di san Giuseppe) sono i caratteristici fuochi notturni che, nella notte del 19 marzo, oltre a testimoniare la devozione al Santo, annunciano la primavera.
I Venafrani sentono molto questa tradizione, tant’è che anche i giovani si ritrovano tutti intorno al fuoco, a cantare, ballare e mangiare. E’ un momento di grande socializzazione, in cui si rinfocola lo spirito della “venafranità”.

La “corsa ri ciucc’” (corsa degli asini) si svolge a S. Nicandro, dentro al catino del Verlascio, l’antico anfiteatro romano. Una sorta di piccolo palio, seppure vissuto in tono scherzoso.

I “carr r’ Carnval” (Carri di Carnevale) sfilano per le strade della città per festeggiare insieme l’ultimo di carnevale (il martedì che precede le Ceneri) fra canti, balli e allegorie. Sono la gioia soprattutto dei più piccini, che sembrano ignorare del tutto il freddo pungente del periodo, al culmine dell’inverno. Un tempo il Carnevale ruotava attorno alla “follia”, la maschera venafrana impersonata da una donna che aveva il compito di coinvolgere e trascinare l’intera città nel turbine del Carnevale.

La “rotta r’ l’ p’gnat” (rotta delle pignatte) e “gl’albr r’ la cuccagna” (l’albero della cuccagna) sono giochi popolari che si svolgono intorno al castello Pandone in occasione della festa dedicata alla Madonna delle Grazie, il 2 e 3 luglio. E’ il periodo giusto per gustare la gastronomia estiva ed i sottaceti.

La gastronomia

Il prodotto tipico più celebrato è “i v’scuott” (il tarallo). Ottenuto impastando farina, olio extravergine d’oliva (rigorosamente prodotto da olive venafrane!), sale e finocchietti, “i v’scuott” si arrotola a treccia, si lessa e successivamente si inforna. Da qui “bis cotto”.

Un’altra prelibatezza erano “L’nocch” (le chiacchiere napoletane). Il termine nocch’ deriva da “fiocco”, con evidente richiamo alla loro forma. Molto semplice la ricetta: farina, zucchero, uova, olio d’oliva (oggi inopportunamente sostituito dal burro) e liquore aromatico. A cottura avvenuta si cospargono di zucchero. A Venafro si usa mangiarle in particolare a Pasqua e Carnevale.

La pastiera di riso è un dolce tipico di Venafro. Realizzata con pasta frolla, riso cotto nel latte e cannella, zucchero, uova, frutta candita e ricotta, con l’aggiunta di un liquore aromatico. Servita calda è un dolce buonissimo che nel periodo pasquale è d’obbligo nelle case dei Venafrani.

I “C’ciariegl’” (piccoli ceci), devono il nome alla loro forma. Dolci tipici del capodanno si preparano con uova, farina, zucchero e buccia di limone: si friggono e si passano nel miele caldo. Ottimi da spiluccare.

I “Sciusc’” (da soffio, ad indicare la loro morbidezza) sono dei cerchietti che si impastano con infuso di rosmarino, buccia d’arancia e di mele, fico secco, cannella, chiodi di garofano e vino bianco. Il tutto si frigge nell’olio (sempre rigorosamente venafrano doc). I “sciusc’” si preparano a fine anno, a S. Silvestro.
Anticamente, a San Silvestro, si usava andare casa per casa a cantare “sciusc e p’ sciusc”, un motivetto che consentiva di ricevere in premio la “ delizia” ancora fumante, magari abbinata ad un buon bicchiere di vino.

Il baccalà “alla m’ntanara” deriva da “m’ntan” (frantoio) e non da “montanara” come sarebbe facile supporre. Piatto tipico di dicembre, il periodo della molitura delle olive, è nient’alto che baccalà lesso immerso nell’olio appena uscito dalle mole, fritto con aglio e peperoncino. Una delizia, da mangiare con il pane fatto in casa.

Anche il baccalà “ch’ì puorr” (coi porri) è un piatto tipico venafrano, caratterizzato dall’abbondanza delle verdure. Occorre friggerlo coi porri ed il pomodoro, aggiungendo del peperoncino. Un piatto invernale assai gradito, soprattutto se fumante.

Il “cuanscion” (qua nessuno) è una specialità realizzata con pasta frolla ripiena di bietole, olive ed acciughe. Erano il pasto tipico del Venerdì Santo e il nome ne sottolinea la prelibatezza: “qua nessuno” (non lo divido con nessuno).

Le “p’zzell” sono frittelle ripiene di cavolfiori, di baccalà o di alici. Anche le “p’zzell” sono una pietanza tipica del Venerdì Santo, giorno in cui assolutamente non si mangia carne.

I “Turciniegl’” (attorcigliati) sono prodotti con pasta di pane arricchita da strutto e “cicur’” (ciccioli) di maiale. Si preparano soprattutto nel periodo freddo, in cui tradizionalmente si ammazza il maiale.

La “frttata r’ Pasqua” (frittata di Pasqua) si prepara con tantissime uova, da 33 (gli anni di Cristo) in su, fino a 100. Vi si amalgamano le interiora di agnello lessate e tagliate a pezzettini e la “nptella” (specie di menta selvatica)

La “pulenta ch’ì caurigl” (polenta verde) si ottiene invece mischiandola ai cavoletti “poverelli”, che nel dialetto venafrano diventano “caurigl’”, dalla fusione delle due parole. E’ un piatto da gustare soprattutto se la polenta viene riscaldata aggiungendo olio, aglio e peperoncino.

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