Tufara
Tufara - Foto Paolo Pasquale

Tufara, tra storia, natura, arte e diavoli…

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Alla scoperta di Tufara, paese del Fortore, tra storia, natura, arte e diavoli…

Nuovo venerdì e nuova tappa per la rubrica #ScopriAmoilMolise: oggi siamo a Tufara (con le foto di Rossella Recchia e del nostro Paolo Pasquale) per scoprirne i segreti, la storia, la natura, l’arte, le tradizioni e l’eno-gastronomia.

La storia

Il territorio di Tufara s’incunea in quelli limitrofi delle province di Foggia e Benevento. Le origini del paese non risalgono forse al di là del X secolo ed esso riceve il nome dalla roccia tufacea sulla quale è collocato. Nei registri Angioini del 1320 è detto Topharia. Fu feudo, tra gli altri, dei Marzao, dei Gambatesa, dei Carafa e dei Ruffo. L’ultimo titolare della stirpe per Tufara fu Francesco Pignatelli, marchese di Castelnuovo. Della famiglia Pignatelli possono leggersi i cenni araldici e nobiliari nella monografia Colletorto nel IV volume. A testimonianza, dell’importanza storica avuto nel passato, vi è la circostanza che nel territorio furono rinvenute, negli anni ’80, 158 monete di argento.

Di recente, nel 2003, a seguito di un’alluvione, lungo il greto del fiume Fortore sono emersi i resti di un ponte costruito dai Romani. Scoperta questa che potrebbe rivisitare la viabilità romana relativa all’Italia Centro Meridionale.

Cosa vedere

Si erge nell’abitato, con la sua poderosa costruzione, il Castello, edificato su un dosso tufaceo. Il Castello Longobardo è il monumento principale della città con la sua struttura a pianta quadrata, che nei secoli successivi alla prima costruzione prese le forme di un fagiolo.

Di notevole interesse è la Chiesa di San Pietro e Paolo, edificata nel 1170 e più volte ristrutturata; in essa fu sacrestano il Beato San Giovanni. L’impianto è romanico, con una facciata molto semplice, adornata da un bel portale. Vi si accede salendo una piccola scalinata. Tre lapidi documentano la visita del Cardinale Orsini. La chiesa fu restaurata in epoche diverse e vanno menzionati i restauri del periodo gotico, visibili dai portali, e quelli barocchi, realizzati tra il 1727 e il 1740, dei quali si conservano gli stucchi. Molto bello è anche il portale laterale con il suo arco a sesto acuto tutto in pietra e lavorato in basso rilievo. L’interno, a tre navate, restaurato nel XVIII secolo, si presenta con i classici stili del tardo barocco e conserva un bellissimo altare. In un armadio a muro, in fondo alla Chiesa è conservata la reliquia del Beato. Interessante è il fonte battesimale in pietra bianca dove fu battezzato il Beato Giovanni.

Vi è, poi, la cappella dedicata alla Madonna del Carmine che fu consacrata nel 1720. Sorge ai piedi del castello, dove una volta cera un’ampia pianura. Fu restaurata nel 1982, a seguito di un referendum popolare indetto dall’Amministrazione Comunale del tempo. Conserva una tavola dipinta che rappresenta una Madonna con bambino, conosciuta come Madonna della Neve, realizzato nella metà del 1400 da lo Zingaro, famoso artista napoletano. Nella piazza, in cui è sita e a cui da il nome, si trova una fontana che ha subito parziali modifiche nel tempo.

Bellissimo è il bosco delle Pianelle in cui il naturalista può ammirare rare specie arboree e luoghi che sanno di fantastico ed irreale. Nella zona ci sono anche attrezzature turistiche come aree per pic-nic, campo da tennis, ristoranti e locali per conferenze e sono organizzate escursioni varie. Come detto, poi, vi sono i siti archeologici, quello dove furono rinvenute le monete ed il ponte romano, purtroppo in gran parte caduto proprio poche settimane fa durante piogge torrenziali.

Tradizioni ed eno-gastronomia

Nel corso dell’anno si allestiscono fiere di bestiame e merci varie; a Carnevale si fa un Corteo che percorre il paese ed arriva al castello dove Carnevale viene processato per le sue colpe e condannato ad essere catapultato dal torrione. Il 23 agosto si organizza la Sagra degli spaghetti.

Approfondiamo il Carnevale, che viene festeggiato con la tradizionale Maschera del Diavolo.

Il “Diavolo” indica una arcaica maschera carnevalesca che, come vuole la tradizione, spunta all’improvviso l’ultimo giorno di Carnevale tra i vicoli del paese, palesandosi tra corse, salti, danze e acrobazie sfrenate che suscitano un timore reverenziale per una figura misteriosa e aliena. Il diavolo indossa sette pelli di capro, che, secondo i riti pagani precristiani era l’animale in cui era solita manifestarsi la divinità, impugna un tridente, ha un volto diabolico, sul quale il colore prevalente è il rosso fuoco, occhi sgranati, denti digrignati, orecchie a punta: insomma un essere mostruoso.

La vere origini e il significato di questa figura si perdono nella notte dei tempi, nessuno le conosce veramente. Forse rappresenta proprio il padrone degli inferi richiamato sulla terra da primitivi riti pagani. Taluni attribuiscono a questa maschera  il significato  della danza propiziatoria in cui i nostri antenati si esibivano quando intuivano la fine dell’inverno e i primi segni del risveglio della natura, altri il significato di una danza liberatoria per scrollarsi di dosso e dimenticare per un momento le fatiche della vita, altri ancora il significato della rappresentazione della passione e la morte di Dioniso, dio della vegetazione, le cui feste venivano celebrate in quasi tutte le realtà agresti.

Da segnalare a Tufara, molto attiva per la valorizzazione del paese, l’associazione MUVT – Movimento Unito per Valorizzare Tufara. Tra le attività principali rientrano gli itinerari escursionistici, l’arredo urbano e la street art. Se interessati, potete seguirli tramite il sito web e la pagina Facebook.

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