de iumento albo

De Iumento Albo: monastero benedettino a Civitanova del Sannio

De Iumento Albo: alla scoperta dell’antico monastero benedettino a Civitanova del Sannio

Nella parte di territorio alle porte dell’alto Molise, in un contesto paesaggistico di particolare pregio posto a 650 m. s.l.m., giace l’abitato di Civitanova del Sannio, ubicato su un colle che si eleva alla destra dell’alto corso del fiume Trigno, protetto dalla Montagnola (1421 m s.l.m.), e che sovrasta il sottostante percorso tratturale proveniente da Castel di Sangro e diretto a Lucera; a circa due chilometri al di fuori del centro, non distante dalla strada che conduce a Sessano del Molise e a Pescolanciano, in località Santa Brigida, si trovano i resti della chiesa e del monastero di San Benedetto de Iumento Albo

Io ho avuto il piacere e l’onore di visitarlo qualche tempo fa, guidato dalle sapienti parole di Francesca Di Palma, amica, consigliere con delega a cultura e ambiente oltre che archeologa. Un sito davvero affascinante, quasi inaspettato e di cui vi porto a conoscenza grazie, anche, al testo “Civitanova del Sannio – Il monastero de Iumento Albo” scritto da Daniele Ferraiuolo e Federico Marazzi – Volturnia Edizioni.

La storia

La storia del monastero de Iumento Albo si può ricostruire grazie al fondo pergamenaceo che lo riguarda, costituito da 52 pezzi e conservato presso l’abbazia di Montecassino e il cui contenuto fu pubblicato in regesto dall’archivista cassinese Dom Mario Inguanez agli inizi del XX secolo. Di cinque pergamene fu anche pubblicato il testo integrale nel XVIII secolo da parte di Dom Erasmo Gattula, anch’esso archivista del cenobio laziale. Da tali documenti apprendiamo che, nel 1002, un comes Berardo, insieme alla moglie Gemma, decisero di donare ad un abate Pietro una chiesa dedicata a San Benedetto «sita intra fines Banioli (l’attuale Bagnoli del Trigno) in loco qui vocatur Molendini Vetulus».

La chiesa in quell’anno era quindi già esistente e la novità fu quella che i due aristocratici, coinvolgendo l’abate Pietro, avessero deciso di annettervi un monastero, usanza frequente presso le aristocrazie italiane dell’epoca. Nella fattispecie, il conte Berardo era molto probabilmente un personaggio appartenente alla consorteria aristocratica dei Borrelli, che raggiunse grande rilevanza politica nel territorio altomolisano tra la fine del X e tutto l’XI secolo e doveva a sua volta essere collegata al lignaggio dei conti abruzzesi dei Marsi.

Nel 1020 l’abate Pietro, insieme ad un altro personaggio di nome Paolo, decise di cedere il monastero all’abate Atenolfo di  Montecassino. La donazione s’inserisce all’interno della politica di alleanza tra i Borrelli ed il cenobio laziale che, in quell’ambito territoriale, deteneva già altri monasteri, come quello di S. Colomba a Frosolone e quelli più distanti di S. Pietro del Tasso a Carovilli e di S. Eustasio a Pietrabbondante.

Il monastero risulta ancora alle dipendenze di Montecassino nel 1057; è inoltre menzionato nei pannelli delle porte bronzee cassinesi poste in opera con diversi interventi tra la fine dell’XI secolo e gli inizi del XII e ricompare nel 1137 in un diploma, anch’esso di conferma dei beni dell’abbazia laziale, emesso dall’imperatore Lotario III.

Il sito

Della chiesa resta in piedi il possente campanile, recentemente restaurato a cura della Soprintendenza e del Comune di Civitanova del Sannio. Nel corso del restauro è stato anche possibile liberare l’interno della chiesa dalla vegetazione e dalla parte più superficiale dei crolli, nonché consolidare le creste dei muri perimetrali. Dal 2014, inoltre, indagini archeologiche condotte dall’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, hanno interessato l’interno della chiesa e una piccola area ad essa adiacente sul lato meridionale.

Presso l’abside, sul lato sud, spiccano i resti del pilastro che sorreggeva l’arco trionfale. Di fronte alla facciata, e addossata a quest’ultima, spicca un’alta torre quadrata.

La rimozione dei crolli che ingombravano la navata ha permesso di riportare alla luce diversi piani di frequentazione, corrispondenti a distinte fasi d’uso. Il più recente, in terra battuta e malta, si può collocare fra il XV e il XVI secolo e si imposta ad una quota quasi pari a quella della zona presbiteriale che originariamente doveva invece risultare sopraelevata rispetto a quella della navata.

Il completamento delle indagini condotte nella navata ha permesso di accertare l’esistenza, ad una profondità di circa un metro rispetto al livello in terra battuta, di un pavimento in lastre di arenaria. Tale pavimento è molto probabilmente quello originario dell’edificio. 

Benché le indagini più recenti aprano la strada anche alla possibilità dell’esistenza di una chiesa primitiva di più ridotte dimensioni, lo scavo condotto al centro della chiesa ha riportato alla luce i resti della scala di accesso all’area presbiteriale. È da presumere che questa divisione fosse funzionale ad una distinzione fra la parte dell’area di culto riservata alla comunità monastica e quella riservata ai laici.

Le pareti della chiesa erano in origine interamente affrescate anche se, purtroppo, tranne alcune tracce d’intonaco ancora coese alle pareti, nulla è più rimasto in situ. L’evidenza di tale decorazione si è colta attraverso il recupero di una rilevante quantità di frammenti d’intonaco dipinto; purtroppo però in genere troppo piccoli per poter formulare ipotesi sui motivi iconografici o sulla cronologia di quest’ultimo.

Altre informazioni

Ad un certo momento si operò la decisione di obliterare il pavimento originario con una gettata di terra e macerie, elevando il piano della chiesa di circa un metro. Questo cambiamento fu probabilmente determinato da ragioni di emergenza (pestilenza?), poiché all’interno di una grande fossa praticata nel pavimento furono adagiati, in alcuni casi in modo frettoloso, i corpi di diversi defunti. 

Contestualmente a tale innalzamento, in un periodo inquadrabile nel primo quarto del XVI secolo, come indicherebbero le monete rinvenute in associazione con i defunti, sempre il varco d’ingresso principale della chiesa, che la metteva in comunicazione con la torre in facciata, venne chiuso da un setto murario, eliminando così la comunicazione fra i due corpi di fabbrica. Uno dei due ingressi laterali posti sul lato sud, inoltre, fu in parte obliterato per adattare così il passaggio al nuovo piano di frequentazione.

La chiesa era provvista di almeno tre accessi laterali sul lato sud, posti all’incirca all’inizio, a metà e ai due terzi della lunghezza del perimetrale, provenendo dalla facciata, che dovevano servire da comunicazione con gli edifici claustrali. Probabilmente, il primo e il terzo sono coevi e costituiscono i due varchi originari, mentre quello centrale dovrebbe essere stato praticato al momento del rialzamento finale del livello di calpestio, quando l’originaria pavimentazione in arenaria era ormai stata sepolta e rimpiazzata da quella in calce e terra battuta. 

Le indagini archeologiche hanno riportato alla luce quasi tutto il braccio meridionale del chiostro e la parte iniziale di quello orientale. Pavimentato in lastre di scisto, esso è stato ripetutamente tagliato per praticarvi delle sepolture.

Con la speranza, ma ne sono certo anche per le informazioni ricevute dalla Dott.ssa Di Palma, che le indagini continuino, io vi invito a visitare il sito, a studiarlo, prima, e a farlo conoscere a più persone possibili.

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