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Chiauci | Foto Paolo Pasquale

Chiauci: scopriamo il paese alle porte dell’alto Molise

Chiauci: scopriamo il paese alle porte dell’alto Molise

Tappa di “ScopriAMO il MOLISE” a Chiauci, un piccolo gioiellino molisano, pieno di risorse e bellezze naturalistiche, ricco di sentieri e percorsi ideali per praticare attività all’aria aperta come il trekking, l’escursionismo e la mountain bike. Inoltre è il paese che presenta il primo parco avventura realizzato in Alto Molise, perfetto per i più coraggiosi. Oggi, con la collaborazione di Rossella Vitarelli di Discover Molise (Pagina InstagramPagina Facebook) vogliamo parlarvi delle curiosità su Chiauci e delle ricchezze che conserva. Ovviamente troverete l’articolo anche sui nostri canali social, pagina Facebook TurismoinMolise e pagina Instagram TurismoinMolise. Seguiteci!

Foto a cura di Paolo Pasquale.

La Storia

Chiauci è un paese di antiche origini, dove diversi popoli hanno lasciato il segno. In passato si chiamava Clàvicia e ne era feudatario, per conto del conte di Molise, Oderisio de Rigo Nigro, esponente di una famiglia che conservò i possessi anche nella successiva epoca Sveva quando, Tommaso de Rigo Nigro era tra i baroni di “Terra di Lavoro”. Il feudo cambiò diversi proprietari, passò dai Bucca, nell’epoca di Carlo d’Angiò, ai del “Bosco” e ai “Montavano”, poi a “Ferrante de Capua”, le cui figlie, dopo la sua immatura morte, la cedettero ai Sanfelice nei primi decenni del XVI secolo.

Chiauci nel 1807 faceva parte del distretto di Isernia, governato da Frosolone, ed era una frazione di Civitanova del Sannio. Nel 1811 divenne un comune autonomo, ma dal 1927 al 1935 divenne nuovamente frazione, stavolta di Pescolanciano. Passata con il nuovo governo repubblicano alla provincia di Campobasso, dal 1970 è di nuovo nei territori di Isernia.

Il Territorio

Nel 1861, all’indomani dell’Unità d’Italia, Chiauci contava 1.290 abitanti. Poi, purtroppo, la mancanza di lavoro e le condizioni di vita disagiate spinsero molti Chiaucesi a cercare fortuna altrove. La prima emigrazione, tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, si è diretta in USA e in Canada. Dopo la II Guerra Mondiale si è avuta la seconda grande ondata migratoria, ancora in parte verso USA e Canada, ma soprattutto verso il Nord Europa e il Nord Italia. Il paese ha continuato a spopolarsi, giungendo al giorno d’oggi con una popolazione di circa 204 abitanti.

Ma nonostante ciò, Chiauci riveste un ruolo importante in Molise in quanto ospita uno dei principali bacini idrici per il rifornimento dell’acqua regionale. La diga ricade in ben tre comuni: Pescolanciano, Civitanova del Sanno e Chiauci, dove su quest’ultimo grava l’80% della struttura che vanta 70 metri di altezza, 141 di lunghezza e una portata di 15 milioni di metri cubi d’acqua. Oggi ne ha poco più di 4 milioni perché l’opera è incompleta; le motivazioni sono diverse ma la ricostruzione storica ci consente di capire come il susseguirsi di intoppi burocratici non hanno consentito il pieno sfruttamento della diga.

Anche quel poco di turismo che c’era si è perduto, soprattutto in seguito allo sbarramento del fiume Trigno nella gola della “Foce” che ha determinato la scomparsa di una bellissima cascata alta sessanta metri che d’estate attirava molte famiglie. Le cascate di Chiauci, prima della loro distruzione, rappresentavano un luogo di grandissimo interesse naturalistico e paesaggistico, censito dal CNR tra i biotipi di importanza nazionale. Nonostante ciò, Chiauci può vantare una meravigliosa biodiversità e degli scorci da vedere davvero unici.

In località Vomero, dove il fiume si presenta con uno splendido scenario, dividendosi le acque in numerose cascatelle su un ampio fronte, frazionate da grossi massi grigi e con una folta vegetazione, su una parete rocciosa, a circa mt.20, si apre una cavità. E’ questo l’ingresso di una splendida grotta, scoperta dallo speleologo B. Paglione. La grotta, il cui percorso si inoltra per circa 800 mt., ha le caratteristiche di una condotta forzata con le pareti lavorate dalla forza delle acque, che le hanno scolpite lasciandole irte di spuntoni. Di altezza quasi sempre ridotta, si è costretti a percorrerla in buona parte carponi, ad eccezione di quei tratti in cui la grotta, rialzandosi, ha le volte coperte di festoni.

L’acqua è uno degli elementi cardine di Chiauci. Il fiume Trigno è alimentato da ben oltre 40 sorgenti, in particolare l’acqua di alcune di queste, oltre ad essere pura e leggera, sembra abbia anche alcune proprietà curative (Fonte degli ammalati, Fonte S. Stefano).

Il territorio di Chiauci è inoltre attraversato dal Tratturo “Lucera-Castel di Sangro”, l’antica via erbosa lungo la quale le greggi transumavamo dalle montagne dell’Abruzzo alle pianure Pugliesi. Il tratturo costeggia in parte il fiume Trigno e il bellissimo Bosco di S. Onofrio, dove è possibile trovare aree attrezzate per picnic e campeggio.

Cosa visitare

Il comune di Chiauci presenta un territorio quasi esclusivamente montuoso, i suoi luoghi sono unici e di una bellezza straordinaria per la sua biodiversità. I boschi incontaminati e la quiete eleggono Chiauci luogo ideale per il relax e per un soggiorno all’insegna della natura e delle passeggiate; ne è un esempio il Bosco di Sant’Onofrio con la sua chiesa, a pochi chilometri dal centro abitato, che rappresenta ormai da diversi anni una tappa fissa della splendida passeggiata ecologica che si svolge nella settimana precedente a ferragosto. Al suo interno è presente anche un Parco Avventura, il primo ad essere aperto in Molise. Ma scopriamo più nel dettaglio le sue bellezze.

Il centro storico

Il Centro Storico, ormai purtroppo quasi completamente disabitato per l’intensa emigrazione oltreoceano nei primi anni del secolo scorso e successivamente verso il Nord Italia e il resto d’Europa negli anni ’50-’60, è fitto di vicoli e vicoletti, ai quali fanno da contorno caratteristiche case in pietra locale, in gran parte però da ristrutturare. Dalla strada che circonda il centro storico si guadagna uno straordinario panorama. Da una parte si vedono le pareti rocciose dall’altra la catena dei monti dell’Abruzzo che fanno da sfondo a Monte Lupone.

Parrocchiale di San Giovanni Battista

Chiesa madre del paese, risale al XVIII secolo, ed è una ricostruzione di un tempio preesistente, danneggiato dai vari terremoti. L’unica traccia medievale è data dalla torre cilindrica usata come campanile. L’aspetto attuale è del 1724, impostato su tre navate, all’interno le statue dei santi richiamano al culto dei principali protettori del borgo: Sant’Onofrio eremita, San Giorgio protettore e patrono.

L’aspetto della chiesa è a pianta rettangolare con una facciata molto rozza, e incompiuta, con basamento a scarpa, e una nicchia con la Madonna in posizione centrale. Il campanile proviene da una torre di controllo, a pianta circolare, intervallato da una cornice, dove si trova la parte più recente e moderna, con la cella campanaria. La campana in esso contenuta risale al XIX secolo e ha motivi decorativi a festoni accompagnati da angeli e da un santo a cavallo.  L’interno della Chiesa è stato restaurato in stile neoclassico, con un pannello figurativo presso il soffitto ritraente lo Spirito Santo, e altri pannelli laterali che ritraggono i passaggi della “via Crucis”.

Chiesa del Rosario

Nel 1860, allo scopo di ospitare la confraternita del Santo Rosario, la cappella di San Sebastiano, situata nelle vicinanze di una delle porte di accesso al pese, fu ampliata e trasformata  in una chiesa, la Chiesa del Rosario. Fu costruita in stile neoclassico, la facciata è molto semplice, con architrave a timpano triangolare, e due campanili gemelli di contorno.

La presenza di una croce stazionaria sul piccolo slargo  fa pensare che la sua esistenza non può che trovare riferimenti all’antica tradizione delle Staurite, cioè quella delle piccole comunità che vi risiedevano di innalzare una propria croce.

Chiesa di Sant’Onofrio

La chiesa di Sant’Onofrio (fine del X secolo, con restauro nel XV secolo) si trova esternamente all’abitato, all’interno del bosco che prende il nome dallo stesso santo. Sarebbe dell’anno Mille, ma la struttura attuale è frutto di vari rifacimento settecenteschi. Ha un aspetto tardo barocco-rinascimentale, come mostra la cornice in pietra del portale, mentre tutto il resto è semplice, dando la sensazione della classica chiesa settecentesca di campagna. La facciata ha timpano triangolare sopra l’architrave, un finestrone centrale, e un piccolo campanile a vela.

Palazzo baronale Gambadoro

Il borgo medievale, un tempo fortificato, è dominato dal Palazzo Baronale recante il fregio dei Gambadoro , di proprietà degli ultimi feudatari di Chiauci, e cinto da mura in passato caratterizzate da tre imponenti accessi (è per questo motivo che la strada interna si chiama attualmente “via tre porte”, all’interno della quale si intrecciano stradine e vicoli). Il palazzo era l’antico castello medievale, trasformato nelle epoche successive in residenza gentilizia, in modo da perdere completamente gli elementi di fortificazione, ed assumendo la connotazione di una grande masseria rettangolare con tetto spiovente.

Ai lati del portale principale sorge la Torre campanaria e la Torre dell’orologio, elemento attualmente a pianta quadrata dopo gli evidenti interventi d’epoca fascista. Infatti la torre porta in rilievo il grande stemma del paese (un’aquila che regge due chiavi incrociate che secondo il suo antico ideatore dovrebbero dare una spiegazione all’origine del nome) e la significativa ROMA DOMA di mussoliniana memoria.

Feste e tradizioni

Numerosi gli eventi che si svolgono a Chiauci.  Il 23 aprile si festeggia il patrono, San Giorgio, che viene ricordato con una Messa e una processione per le vie del paese. La devozione per questo Santo è attestata a Chiauci dagli inizi del 1700, quando vi era la venerabile cappella laica di jus patronatus intitolata a San Giorgio martire.

L’11 giugno si festeggia Sant’Onofrio, ed è giorno in cui la statua del santo viene portata in processione da Chiauci alla Chiesa situata nel bosco di Sant’Onofrio, lungo un tragitto di tre chilometri, che si snoda dal paese fino all’eremo-cappella. La statua viene poi riportata in paese il 16 agosto con un’altra processione.

Il 13 giugno ricorre la festa del pane di Sant’Antonio, un’antica tradizione legata ad un passato caratterizzato dall’alta mortalità infantile. Per chiedere grazia al Santo, o per ringraziarlo di grazia ricevuta, i genitori nel giorno della festa accompagnavano i figli alla pesatura donando un quantitativo di grano pari al peso del bambino. Con il prodotto macinato si panificavano pagnotte da distribuire agli abitanti ed agli animali da cortile. Infatti ai giorni d’oggi è rimasta tale tradizione.

Per San Martino, l’11 novembre, è tradizione preparare un pupazzo imbottito di paglia con la testa ricavata da una zucca svuotata e scavata, illuminata all’interno con una candela. Il pupazzo viene portato in giro per il paese al grido di “Ué Ué Sante Martì, tutte le corna a le Quasarì” (essendo Quasarine un rione di Chiauci) e arso in un falò a fine giornata, con l’intento di bruciare assieme a lui i pettegolezzi e malelingue. Piatto tipico della giornata sono gli gnocchi (cavati) con sugo di maiale e contorno di zucca con patate schiacciate e pancetta.

Gastronomia

Chiauci ha un nobile passato contadino facilmente individuabile nella cucina tipica. La polenta chiaucese di farina di granturco e patate, piatto tipico registrato, viene condita in maniera abbondante ed insaporita da salsiccia secca e polpa di maiale, pomodoro e pecorino. In origine il paiolo contenente la polenta veniva capovolto su di un tavolino in legno, chiamato in dialetto “tav’rill”, al quale i commensali mangiavano seduti.

Il granturco è presente anche nella “pizza di grandigne”, una pizza molto semplice, impastata con acqua e olio, cotta con la brace del camino e coperta da una coppa.

Lo “squattone”, un “antipasto d’inverno” ancora in uso tra i chiaucesi e tramandato da generazioni, non è altro che pasta con acqua di cottura (detta in dialetto “vroda”) a cui viene aggiunto il vino rosso.

Ch’coccia e patan’ p’stiat” è un piatto che viene abitualmente preparato a San Martino, l’11 novembre. Una crema di patate e zucca accompagnata da pancetta rosolata e formaggio che viene servita a tavola insieme a un bicchiere di vino novello. Questa pietanza, insieme alla festa di San Martino, è inserita tra i beni immateriali della rete italiana di cultura popolare e codificata dall’Accademia italiana di Cucina.

2 commenti

  1. dove sarebbe questa località Vomero? A Napoli?

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